Una donna con lunghi capelli scuri, orecchini a cerchio e un sorriso sottile, è in piedi all'aperto con uno sfondo sfocato. Il suo viso è illuminato dalla luce del sole.

UWC Day: l’intervento di F.El Maliani

Alla 40a Cerimonia di Apertura Fatima, diplomatasi nel 2019 rende onore alla pace che gli studenti del Collegio contribuiscono a costruire giorno dopo giorno a Duino

Ciao a tutti! Mi chiamo Fatima, ho 22 anni, sono Italiana ma nata in Marocco da una famiglia Marocchina.
Sono molto felice di essere qui con voi oggi. E’ bello perché sono tornata a casa mia, alla mia comunità, alla mia residenza, alle mie mensa ladies, ad alcuni dei miei professori, alla mia serenità e ai miei ricordi.  Sono ritornata dove ho lasciato tutto, e questo non può che rendermi felice. E’ bello vedervi tutti qui splendenti con i vostri colori spargendo un po’ di quell’amore di cui oggi abbiamo tanto bisogno, e vorrei ringraziarvi per avermi dato l’opportunità di rivedere, un’altra volta, tutto questo.

Oggi è un giorno speciale. Tantissime bandiere all’aria, tante persone che celebrano la bellezza della diversità e chissà, qualcuno è anche nostalgico con il proprio vestito tradizionale addosso.  Ecco, dovete sapere che tutti voi qui oggi, in piedi festeggiando insieme tutte quelle diversità che secondo qualcuno dovrebbero dividervi, non state facendo qualcosa di semplice o scontato. Siete la rappresentazione esatta del senso di questo posto, e lo state rappresentando magnificamente.
Tornando alla vostra bellezza, alla nostra, qui, oggi, credo sia necessario spendere un momento riflettendo su quello che è il nostro ruolo in questo posto.
Quello che vediamo, e che facciamo, oggi è una grande lezione. Tutti noi, da giovanissimi, abbiamo fatto le nostre valige, raccolto tutta la nostra energia e il nostro coraggio, chissà forse soffocato anche un po’ la nostra paura, e siamo usciti di casa. Siamo andati in un posto in cui non siamo mai stati prima e abbiamo cominciato una nuova vita con nuove e persone. Voi ora state vivendo con amici provenienti da paesi diversi, con abitudini differenti, valori che potrebbero contrastare i vostri.  Ma lo state facendo così bene!

E’ vero, oggi stiamo siamo qui per la pace, ma la pace che stiamo celebrando è quella che stiamo costruendo e che parte da voi, da noi e da qui.
Ricordo perfettamente i miei primi giorni al collegio. E’ stato bellissimo sapere che qualcuno sarebbe venuto a prendermi dalla stazione del bus il primo giorno. Ricordo Hermione che mi corse contro con una brioche calda al cioccolato, abbracciandomi e urlando “Benvenuta a Duino Fatima! Questa è la tua colazione!”. Ricordo la confusione di tutti quei ragazzi che nel vedermi scendere dal bus in piazza urlavano hey, ciao!
E poi ricordo anche quando il mio buddy venne da me insistendo affinché mangiassimo un gelato insieme. Quella sera mi chiese tutto su di me, sulla mia vita, sui miei sogni, e poi mi raccontò i suoi. Devo ammettere che, entro alla fine della mia prima settimana, una domanda mi tormentava: cos’hanno di strano questi ragazzi?
Sapete non riuscivo a percepire la realtà di tutto questo, all’inizio. In realtà neanche prima di venire. Il collegio sembrava un ambiente così surreale ed utopistico così come le storie che i ragazzi raccontavano su di questo. Potevo immaginare che era un posto con molte persone diverse, ma prevedevo anche un ambiente conflittuale e poco comprensivo o, almeno, con poco spazio al dialogo.

Ma mi stavo chiaramente sbagliando.

La storia di Mohamed mi ricorda quella di Areen (Palestinese) e Mor (Israeliana). La convinzione e l’energia che mettevano nel raccontare la loro storia in ogni incontro, progetto, conferenza, pranzo o durante il the pomeridiano, era immensa. Mor e Areen mi hanno insegnato che, simbolicamente parlando, nonostante tutte le persone che ti circondano cercano di convincerti dell’incompatibilità di due colori, se tu hai il minimo dubbio, allora provaci. E loro lo hanno fatto, così come Emmanuel (Sud Sudan), Dler (Iraq), Hala (Siria), Siham (Palestina), Laura (Italia) e tanti altri.
La sua storia mi ricorda però anche quei momenti intensi in cui tutti noi, inconsciamente, stavamo creando la nostra casa e costruendo la nostra comunità. Mi ricorda gli Open Mics in cui tante poesie venivano lette e tanti pensieri condivisi, e in cui ogni volta poteva finire o con chiunque parlasse lo Spagnolo in piedi a cantare Caraluna, e noi con loro, oppure con tutti noi in piedi uniti da un grande abbraccio mentre a squarcia gola cantavamo Bella Ciao.
Quei posti, quelle persone e quei momenti hanno segnato definitivamente la mia vita.

Ho imparato che che c’erano cose più importanti di quelle che io ritenevo fossero tali. Ho imparato che ci sono tante persone con delle storie da raccontare e che a me era stata data l’opportunità di ascoltarle.
Ho capito che, una volta fuori dal collegio, avevo la responsabilità di non perdere o dimenticare tutto ciò che ho visto e vissuto in questo posto.
Tuttavia, proprio per questo, una delle cose più difficili fuori dal collegio è poter giustificare e dare un senso alle cose che succedono in giro per il mondo.
Quando per la prima volta sono arrivata in collegio, nel 2017, ero sicura di sapere chi fossi e chi volevo diventare. Non avevo dubbi sui miei valori e le mie priorità, valori che ancora oggi condivido. Tuttavia, qualcosa ad un certo punto ha preso una piega diversa.

Sapevo chi ero perché sentivo parlare di me sempre. Sapevo di essere una giovane Marocchina che vive in Italia, dunque non una giovane Italiana, sapevo di essere una Musulmana, sapevo di essere “un’aggiunta” ad un paese già solido e strutturato che avrei dovuto ad un certo punto ringraziare per avermi ospitata ed istruita.
Sapevo di essere una di quelle persone per le quali migliaia di discussioni, dibattiti e lotte succedevano ogni giorno. Sapevo di essere l’oggetto di tutto ciò. Era come se mi identificassi in un immagine che non era stata disegnata da me.
Era l’idea che avevo di me a dirmi, in qualche modo, tra le righe, che non potevo superare dei limiti perché non ce l’avrei fatta, perché sennò non sarei più stata io. Fatima era dunque una persona per la quale delle cose specifiche erano pensate, nient’altro.

Chissà forse non ci ho mai pensato bene, però giorno dopo giorno, mentre spendevo giorni e mesi con questi ragazzi, ho iniziato seriamente a chiedermi chi fossi. Questo posto mi ha offerto la possibilità di essere ascoltata e compresa, l’opportunità di rischiare con le mie idee insieme allo spazio per sognarle e costruirle. 
Mi ha offerto il privilegio di avere degli adulti pronti ad ascoltarmi con interesse, senza essere accondiscendenti. Mi ha dato una sensazione di di grande responsabilità seguita che però poteva essere seguita da molte possibilità. Ecco questo è difficile da trovare fuori da qui, e finché ci siete, vorrei che ne approfittaste.
Ho capito che ciò che volevo essere non rientrava in quell’immagine ma continuavo a non riuscire a giustificare quel senso di inappropriatezza. Ho cominciato così a pensare se il mio fallimento era segnato, oppure se valeva la pena prendere la matita in mano e disegnarmi. Ho preso per la prima volta quella matita qui in collegio.
Ho realizzato grazie ai due anni passati qua che spesso sottovalutiamo, e forse dimentichiamo, il nostro diritto e la nostra responsabilità ad essere soggetti, e non oggetti, delle nostre storie. E qui io, insieme a molti amici, sono diventata soggetto della mia.

UWC è un grandissimo movimento, ma il vero cambiamento sono le persone al suo interno. Ascoltate ogni storia di vita che i vostri amici vi raccontano, fategli domande, ascoltate ogni consiglio dei professori, approfittate di tutte le opportunità che vi si propongono, imparate cose che non avreste mai voluto imparare, chiedete ciò di cui avete paura.

Questo posto mi ha dato spazio, e lo darà anche a voi. Vi darà tante opzioni, possibilità e opportunità, così come ha fatto con me. Ma starà a voi scegliere cosa farne. Questo posto unisce tutti quanti noi. Unisce ragazzi con vite e stili diversi, con pensieri, credi, convinzioni e fondamenti diversi. Mette insieme esperienze di vita diverse, testimonianze e storie.

Mette tutto questo insieme, e lo lascia fare, essere. E questo è il risultato. Il risultato è che può funzionare. Può funzionare e può essere qualcosa di bellissimo e fortissimo. Il collegio mi ha insegnato che non è facile, non è sempre bello, a volte molto faticoso. Mi ha insegnato che una volta fuori sarà ancora più difficile e frustrante, che potrei non essere compresa o anche presa in giro.

Tutto questo è vero. Il collegio però mi ha insegnato che è possibile.
E io ho deciso di provarci.