Il desiderio di costruire la pace un passo alla volta

“Scelgo di pagare il prezzo per ciò che mi detta la mia coscienza, e quindi andrò in prigione per un periodo di tempo non definito… il mio rifiuto è un modo proattivo per dimostrare che esiste un’alternativa alla violenza nella quale ci siamo abituati a vivere”.

L’ex allieva Noa Gur Golan (2014-16), israeliana, è stata incarcerata per essersi rifiutata di svolgere il servizio di leva obbligatoria. Obiettrice di coscienza, le motivazioni che ha presentato per essere esonerata sono state respinte, e ora verrà messa alla prova per i principi in cui crede fermamente. Il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico pubblica la dichiarazione fatta da Noa il giorno prima della sua incarcerazione, quando si pensava che sarebbe stata trattenuta per 5 giorni prima di dover ricomparire nuovamente davanti al giudice. In realtà, Noa si troverà a trascorrere due settimane in carcere prima della sentenza.

“Da piccola sognavo di diventare pilota nell’esecito israeliano (IDF). Oggi ho 19 anni, e sto male solo al pensiero di far parte di un’organizzazione militare. Da più di un anno chiedo di poter dare il mio contributo alla società prestando servizio civile. Per ottenere l’esonero dal servizio nell’IDF per motivi di coscienza sono dovuta comparire davanti a una commissione militare, che ha respinto la mia richiesta ben due volte, perché i suoi componenti non erano convinti che i miei “motivi di coscienza” fossero autentici. Il 12 luglio, data presunta della chiamata, mi rifiuterò di entrare nell’IDF. Scelgo di pagare il prezzo per ciò che mi detta la mia coscienza, e quindi andrò in prigione per un periodo di tempo non definito.

L’operazione “Margine di protezione” è stata la prima guerra che ho vissuto da adulta. Un ricordo vivido è il momento in cui è scattato l’allarme missilistico durante la mia attività al Maccabi Youth Movement. Mentre conducevo i bambini in uno spazio protetto, mi sono resa conto di quale sia l’atmosfera nella quale si cresce in questo Paese: un’atmosfera di odio e di paura. I bambini crescono in una realtà dove la violenza è la norma. Sentivo che i valori in base a cui sono stata educata, rispettare la legge e dare il mio contributo alla società, dovevano convivere con altri valori nei quali credo con tutto il cuore – la sacralità di ogni vita umana e l’opposizione alla violenza. Ho quindi cercato di prepararmi all’idea di entrare nell’IDF, ma mi sono resa conto che se volevo essere in pace con me stessa non potevo diventare un soldato. Né un’insegnante militare, né un’impiegata dell’esercito. Non posso far parte di nessuna organizzazione militare. Negli ultimi tre anni ho avuto il privilegio di conoscere ragazzi provenienti dai territori palestinesi, dalla Giordania, e da altri Paesi arabi. Ho potuto conoscere da vicino le persone, le loro storie personali, e non le percezioni e i pregiudizi con cui veniamo educati. È così che ho capito che non avrei servito gli interessi della violenza e della morte, e che l’affetto che provo per i miei amici di Netanya, a casa mia, è lo stesso che provo per i miei amici di Hebron.

Chiaritosi in me questo concetto, ho capito che non voglio prendere parte all’oppressione di un’altra nazione, che non credo nel costruire muri, bensì ponti. Non nego la situazione difficile in cui viviamo – gli attacchi terroristici e le guerre – ma credo che i conflitti, di qualunque tipo, non si possano risolvere con le armi e con la violenza. Credo che ogni vita sia preziosa, e che tutti noi dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per cambiare la realtà in cui viviamo. Non biasimo nessuno, soldato o civile, che abbia un punto di vista diverso dal mio. Tuttavia voglio credere che in un Paese democratico ci sia posto perché tutti possiamo convivere e lavorare assieme per una vita migliore. Una vita in cui tutti i cittadini di questo pezzo di terra, israeliani e palestinesi, possano essere liberi e davvero indipendenti. Il mio rifiuto può dimostrare in modo proattivo che esiste un’alternativa alla violenza in cui ci siamo abituati a vivere. Per ottenere la vera sicurezza credo che si debba agire in modo diverso”.

AGGIORNAMENTO AL 29/10/17
Siamo felici di annunciare che domenica 29 ottobre, dopo 98 giorni di detenzione,
Noa ha ottenuto l’esonero dal servizio militare ed è stata rilasciata.